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Cosa si Intende per Deliverability nel 2026

Cosa si intende per deliverability

Cosa si intende per deliverability? Semplice!

Si tratta della capacità reale delle tue email di raggiungere la inbox del destinatario, non solo di essere accettate dal suo server. È il giudizio che i provider emettono sulla tua reputazione, sulla tua autenticazione e sul comportamento dei tuoi iscritti, e stabilisce quanta parte della lista vede davvero il messaggio.

Ogni giorno qualcuno paga un copywriter per limare l’oggetto di una campagna che una fetta della sua lista non vedrà mai. Il messaggio regge benissimo: viene intercettato prima di arrivare all’occhio umano, da un filtro che ha già deciso chi sei sulla base di segnali che nessuno nel team sta guardando. La piattaforma intanto mostra un delivery rate del 99% e tutti dormono sereni. Quel 99% è la cifra più fraintesa del settore, e tra poco capirai perché.

Cosa si intende per deliverability? Una definizione precisa

Si intende l’inbox placement: la percentuale di email che atterrano nella casella principale invece che in spam, in promozioni o nel nulla. Il server accetta il messaggio e poi decide dove metterlo, e quella seconda decisione non compare in nessun report standard della tua piattaforma.

La confusione nasce da due parole che sembrano sinonimi e non lo sono.

Il delivery rate misura quante email il server di destinazione ha accettato senza rifiutarle con un errore; la deliverability misura dove quelle email sono finite dopo l’accettazione. Un server può accettare il 99,4% dei tuoi invii e poi spostarne in spam la metà, e dal tuo pannello vedrai comunque un numero verde rassicurante. Chi confonde i due indicatori sta leggendo la mappa del territorio sbagliato mentre la battaglia si combatte altrove.

Che differenza c’è tra delivery rate e deliverability?

Il delivery rate è il controllo alla frontiera: il server accetta o respinge il pacchetto. La deliverability è quello che succede dopo la frontiera, quando il filtro apre il pacchetto, guarda la tua storia e decide se meriti la inbox o l’archivio delle cose sospette. Il primo dato è pubblico e visibile, il secondo va ricostruito da segnali indiretti: crollo degli open rate su un solo provider, click che si spengono da un giorno all’altro, iscritti storicamente attivi che smettono di rispondere tutti insieme.

Perché un delivery rate del 99% ti sta raccontando una mezza verità?

Perché misura un rifiuto esplicito, mentre i provider moderni preferiscono la selezione silenziosa. Gmail non ti dice quasi mai “no”: ti accetta e ti retrocede, e la retrocessione non genera nessun errore SMTP che la tua piattaforma possa registrare. Se il tuo unico controllo è il delivery rate, stai monitorando la specie sbagliata di segnale, e la degradazione ti arriva addosso quando il fatturato è già sceso del 20%.

Il segnale che anticipa il crollo di tre settimane

Il primo sintomo di un problema di deliverability compare nell’open rate di un singolo dominio, mentre la media generale resta stabile ancora per settimane. Se segmenti gli iscritti per provider e vedi Gmail al 18% mentre Outlook resta al 34%, non hai un problema di contenuto: hai un problema di reputazione con Google, e sta iniziando adesso. Costruisci questa segmentazione prima di averne bisogno, perché quando serve non hai il tempo di crearla.

Perché la deliverability decide il fatturato prima del copywriting?

Perché agisce da moltiplicatore su tutto il resto. Un’email che non entra in inbox ha conversione zero, indipendentemente dalla qualità dell’offerta, dell’immagine e della call to action. Ogni euro investito in creatività viene sterilizzato a monte da un filtro che non legge il tuo copy.

Cosa si intende nell’email marketing per deliverability diventa una domanda contabile nel momento in cui la traduci in euro. Ragiona in termini di aritmetica del fatturato invece che di qualità percepita. Se una lista da 50.000 iscritti genera 30.000 euro con una campagna e la deliverability passa dall’85% al 70%, hai bruciato circa 5.300 euro senza cambiare una sola parola del messaggio, senza sbagliare offerta e senza che nessuno nel team se ne accorga fino al report di fine mese. La deliverability è il terreno su cui combatti: puoi avere l’esercito migliore e perdere comunque perché hai scelto una posizione indifendibile.

Quanto vale davvero un punto di inbox placement?

Vale esattamente l’1% del fatturato che quel canale genera, applicato su ogni singolo invio futuro. È un effetto composto: la reputazione non si azzera a ogni campagna, si accumula come un capitale genetico che passa da un invio al successivo. Chi la difende ogni settimana costruisce un vantaggio che i concorrenti non possono comprare con il budget, perché la reputazione non si acquista, si merita nel tempo.

Chi decide se la tua email entra in inbox nel 2026?

Decidono tre attori principali, tutti con regole diverse: Google, Microsoft e Yahoo, che insieme coprono la quasi totalità delle caselle consumer nel mercato italiano. Ognuno pubblica requisiti espliciti per chi invia volumi elevati, e da due anni quei requisiti sono diventati vincolanti invece che consigliati.

Chi si chiede cosa si intende nell’email marketing per deliverability nel 2026 deve partire da qui, perché le regole sono cambiate due volte in ventiquattro mesi. Il cambio di regime è iniziato a febbraio 2024, quando Google e Yahoo hanno reso obbligatori per i bulk sender l’autenticazione completa, il link di disiscrizione one-click e il mantenimento di un tasso di segnalazioni spam sotto una soglia dichiarata.

Microsoft ha seguito il 5 maggio 2025, imponendo SPF, DKIM e DMARC a chi invia oltre 5.000 messaggi al giorno verso outlook.com, hotmail.com e live.com, con rifiuto diretto dei messaggi non conformi e un errore 550 5.7.15 restituito al mittente (fonte: Microsoft Tech Community, 2025). Chi non si è adattato in tempo si è visto respingere i messaggi alla frontiera, senza nemmeno passare dalla posta indesiderata.

Come ragiona il filtro di Gmail?

Ragiona come un predatore che ha imparato a riconoscere le prede sbagliate. Non valuta la singola email in isolamento, valuta il pattern: quante persone ti aprono, quante ti segnalano, quante ti cancellano, quante ti rispondono, quanto costante è il tuo volume nel tempo. Google raccomanda ai mittenti di restare sotto lo 0,10% di segnalazioni spam e fissa a 0,30% la soglia oltre la quale scattano blocchi e retrocessioni sistematiche (fonte: Google Postmaster Tools, ripreso dal blog di Klaviyo, 2026).

Cosa è cambiato con Microsoft dal 2025?

È caduta la tolleranza. Prima Outlook accettava e filtrava, adesso rifiuta a monte chi non ha i tre protocolli allineati. Per un ecommerce italiano con una quota rilevante di iscritti su domini Microsoft, un DMARC assente non significa più finire in posta indesiderata, significa non consegnare affatto. Se il tuo dominio non ha ancora un record DMARC, anche solo con policy p=none, stai combattendo con un fianco scoperto.

Cos’è la sender reputation e come viene calcolata?

È il punteggio di credito della tua identità di mittente: un giudizio storico che i provider aggiornano a ogni invio, basato su come si comportano i destinatari e su quanto sei tecnicamente riconoscibile. Nessun provider pubblica questo punteggio: ognuno mantiene la propria valutazione interna e la aggiorna con criteri suoi.

Come per un punteggio bancario, si costruisce lentamente e si distrugge rapidamente. Tre invii a una lista comprata possono cancellare mesi di comportamento corretto, perché i segnali negativi hanno un peso asimmetrico rispetto a quelli positivi. I provider ragionano per selezione: preferiscono sbagliare filtrando un mittente legittimo che lasciare passare uno spammer, e questa asimmetria ricade interamente su di te.

Cosa misura il sender score e quanto vale?

Misura un indice sintetico da 0 a 100 calcolato da fornitori terzi sui segnali pubblici del tuo dominio e dei tuoi IP di invio. È un termometro utile per intercettare un peggioramento, ma nessun provider lo usa come criterio di filtro: Gmail guarda i propri dati interni, non il tuo punteggio esterno. Usalo come indicatore di tendenza, mai come obiettivo da ottimizzare.

Conta di più il dominio o l’indirizzo IP?

Conta il dominio, e la distanza tra i due fattori si allarga ogni anno. Se usi una piattaforma in cloud condividi gli IP con altre centinaia di aziende, quindi i provider hanno spostato il peso della valutazione su ciò che identifica te in modo univoco: il dominio di invio e la sua storia. Questo ti protegge dai vicini rumorosi e ti rende contemporaneamente l’unico responsabile dei tuoi errori.

Come funzionano SPF, DKIM e DMARC?

Sono i tre livelli di autenticazione che dimostrano che sei davvero tu a spedire. SPF dichiara chi può inviare per conto del tuo dominio, DKIM firma crittograficamente il messaggio, DMARC dice al server ricevente cosa fare quando i primi due falliscono. Senza i tre allineati, oggi non esiste deliverability.

Cosa fa SPF?

SPF è il passaporto digitale della tua email: un record DNS che elenca gli host autorizzati a spedire con il tuo dominio. Quando il server di destinazione riceve il messaggio, controlla se l’IP che glielo sta consegnando compare in quella lista, e se non lo trova considera la spedizione sospetta. Chi cambia piattaforma email e dimentica di aggiornare il record SPF perde inbox placement nel giro di giorni, senza capire perché.

Cosa fa DKIM?

DKIM applica una firma crittografica che viaggia nell’header del messaggio e garantisce che il contenuto non sia stato alterato lungo il percorso. È la sigillatura del plico: se qualcuno lo apre e lo modifica, la firma non torna e il destinatario lo sa. Le piattaforme serie generano la coppia di chiavi durante la configurazione del dominio di invio e ti chiedono di pubblicare la parte pubblica nel DNS.

Perché DMARC è diventato obbligatorio?

DMARC è la polizia dei server: definisce la regola che il ricevente applica quando SPF o DKIM non passano, e attiva i report che ti dicono chi sta spedendo a tuo nome. È diventato obbligatorio perché senza di esso il phishing con dominio contraffatto restava troppo facile ed economico. Parti da p=none per raccogliere dati, leggi i report per qualche settimana, poi stringi verso quarantine quando sei sicuro che ogni mittente legittimo sia allineato.

Serve un dominio di invio dedicato?

Serve, e serve sempre. Un sottodominio dedicato agli invii promozionali separa la reputazione delle campagne da quella della posta aziendale ordinaria e delle email transazionali. Così una campagna andata male non contamina le conferme d’ordine, e un problema sul dominio principale non blocca il canale che ti genera fatturato. Costruire questa separazione richiede mezz’ora e ti evita il rischio di perdere due asset con un solo errore.

La sequenza corretta di configurazione tecnica

L’ordine conta perché ogni passaggio dipende dal precedente. Prima crei il sottodominio dedicato, poi pubblichi SPF, poi pubblichi la chiave DKIM che la piattaforma ti genera, poi verifichi che entrambi passino su un invio di prova, e solo alla fine pubblichi il record DMARC in p=none. Chi pubblica DMARC prima di aver verificato SPF e DKIM ottiene report pieni di fallimenti sui propri invii legittimi e conclude che il protocollo non funziona.

Quali metriche misurano la deliverability?

Cinque indicatori raccontano la salute del canale meglio di qualsiasi altro dato: spam complaint rate, bounce rate, unsubscribe rate, open rate segmentato per provider e percentuale di iscritti attivi sulla lista totale. Guardati singolarmente dicono poco, letti insieme fotografano la tua posizione con precisione.

Metrica Soglia di sicurezza Zona di allarme Cosa segnala
Spam complaint rate Sotto 0,10% Oltre 0,30% Aspettativa tradita: chi riceve non ricorda di essersi iscritto
Hard bounce rate Sotto 0,5% Oltre 2% Lista sporca o raccolta contatti senza validazione
Unsubscribe rate Sotto 0,3% Oltre 0,8% Frequenza eccessiva o segmentazione assente
Open rate su singolo provider In linea con la media Scarto oltre 10 punti Filtro attivo su quel provider specifico
Iscritti attivi negli ultimi 90 giorni Oltre 40% Sotto 20% Lista invecchiata che trascina la reputazione

Questi cinque numeri sono la risposta pratica alla domanda su cosa si intende nell’email marketing per deliverability, perché misurano il fenomeno invece di descriverlo. Le soglie di spam complaint rate riflettono le raccomandazioni pubblicate dai provider e riprese da Klaviyo nella sua documentazione 2026; gli altri valori sono le soglie che uso come riferimento nella gestione quotidiana di liste ecommerce, e vanno lette come segnali di allerta invece che come verdetti automatici. Se vuoi approfondire la lettura di questi numeri, ho dedicato un articolo intero alle metriche dell’email marketing e uno specifico al bounce rate.

Qual è la soglia di spam complaint da non superare mai?

Lo 0,10% è l’obiettivo, lo 0,30% è il punto oltre il quale Google interviene in modo sistematico. Tradotto in numeri concreti: su un invio da 20.000 email, venti segnalazioni ti mettono al limite raccomandato e sessanta ti portano nella zona in cui il provider inizia a retrocederti. La distanza tra le due cifre è ridicola, e questo dovrebbe dirti quanto poco margine hai.

Quale bounce rate è accettabile?

Gli hard bounce vanno tenuti sotto lo 0,5% e rimossi immediatamente dopo il primo fallimento, perché segnalano indirizzi inesistenti e i provider li leggono come prova che non stai validando la raccolta. I soft bounce meritano più pazienza, ma Klaviyo raccomanda di escludere dagli invii chi ha registrato un soft bounce negli ultimi 30 giorni, ed è una regola che vale la pena applicare senza discutere.

Come si costruisce una lista che non distrugge la deliverability?

Si costruisce difendendo la porta d’ingresso e presidiando quella d’uscita. Ogni contatto che entra senza un consenso consapevole è una mina che esploderà tra tre mesi sotto forma di segnalazione spam, e ogni contatto che resta inattivo per un anno pesa sulla reputazione di tutti gli altri.

Se chiedi a dieci imprenditori cosa si intende nell’email marketing per deliverability, nove parlano di aspetti tecnici e nessuno nomina la qualità della lista, che pesa quanto i protocolli. La tentazione di far crescere la lista in fretta è comprensibile e quasi sempre fatale.

Una lista da 100.000 indirizzi con il 15% di attivi produce meno fatturato e più danni di una lista da 20.000 con il 55% di attivi, perché i provider misurano la percentuale di persone che ti vogliono, non il numero assoluto di persone che hai. Nella selezione naturale delle inbox sopravvive chi ha una nicchia difesa, non chi ha occupato più territorio di tutti. Se la tua lista ha già accumulato peso morto, la list hygiene è il primo intervento da mettere in calendario.

Double opt-in o single opt-in?

Double opt-in quando la deliverability è fragile o la raccolta avviene su canali a bassa qualità, single opt-in quando hai una fonte controllata e vuoi massimizzare il volume di iscrizioni. Il double opt-in taglia il numero di iscritti tra il 15% e il 30% e in cambio elimina quasi del tutto indirizzi falsi, errori di digitazione e trappole per spammer. Chi ha una reputazione già compromessa non ha alternative.

Cos’è un sunset flow e quando va attivato?

È l’automazione che identifica gli iscritti spenti e li rimuove dagli invii in modo graduale invece che con un taglio secco. Le finestre di riferimento suggerite da Klaviyo sono precise: chi invia ogni giorno dovrebbe pretendere un’interazione ogni 30 giorni, chi invia settimanalmente ogni 90, e la soppressione va applicata a chi non dà segni di vita da oltre 365 giorni. Prima di sopprimere, però, vale sempre la pena tentare una campagna di re-engagement: una parte di quegli iscritti zombie torna attiva e vale più di un contatto nuovo.

Il costo reale di una lista non ripulita

Sopprimere 12.000 iscritti inattivi da una lista di 40.000 sembra un autogol contabile, e sul piano dei numeri assoluti lo è: paghi lo stesso piano tariffario per meno contatti attivi. Sul piano della reputazione recuperi la capacità di raggiungere i 28.000 che restano, e la differenza si misura in punti di inbox placement che valgono migliaia di euro per campagna. La ritirata strategica su un fronte indifendibile conserva l’esercito per la battaglia successiva.

Come si fa il warm-up di un dominio nuovo?

Si aumenta il volume in modo progressivo partendo dai segmenti più coinvolti, perché un dominio senza storia che invia 50.000 email il primo giorno viene trattato come un attacco. Il warm-up serve a costruire un precedente positivo prima di chiedere fiducia sui grandi numeri.

Il principio è semplice e la disciplina è difficile. Parti dai 500 contatti che hanno interagito negli ultimi 30 giorni, poi raddoppia il volume ogni due o tre giorni tenendo d’occhio open rate e bounce, e allarghi ai segmenti meno caldi solo quando i numeri restano stabili. Se in qualsiasi momento gli open rate crollano, torni al volume precedente e resti fermo per una settimana invece di insistere. Un warm-up serio richiede dalle quattro alle sei settimane per un dominio nuovo, e chi prova a comprimerlo in dieci giorni riparte da zero un mese dopo.

Serve il warm-up anche cambiando piattaforma?

Serve se cambi anche il dominio di invio, serve meno se mantieni lo stesso dominio autenticato e sposti solo l’infrastruttura. La reputazione moderna è legata al dominio più che agli IP, quindi una migrazione tra due piattaforme che usano lo stesso sottodominio verificato conserva buona parte della storia costruita. Resta comunque saggio ripartire dai segmenti attivi per le prime due settimane.

Quali errori di contenuto ti mandano in spam?

Gli errori che contano sono strutturali più che lessicali: email troppo pesanti, rapporto immagini e testo squilibrato, link accorciati con servizi terzi, dominio dei link diverso dal dominio del mittente. La caccia alle “spam words” è una leggenda che sopravvive perché rassicura chi non vuole guardare la parte tecnica.

Il peso è il problema più frequente e il più facile da risolvere. Gmail taglia il messaggio oltre i 102 KB di HTML, e Klaviyo raccomanda di restare sotto gli 85 KB per evitare il clipping, che nasconde la parte finale dell’email insieme al link di disiscrizione e spinge chi vuole uscire a premere il pulsante spam (fonte: blog Klaviyo, 2026). Un’email pesante genera segnalazioni, le segnalazioni erodono la reputazione, la reputazione erosa affonda le campagne successive.

Quanto deve pesare un’email e come si riduce?

Sotto gli 85 KB di codice HTML, obiettivo raggiungibile eliminando CSS inutilizzato, riducendo il numero di tabelle annidate e non incorporando testo nelle immagini. Le immagini pesano sul caricamento ma non sul peso dell’HTML, quindi il colpevole del clipping è quasi sempre il codice generato da un template costruito male. Se il tuo editor produce email da 140 KB, il template va rifatto.

Immagini e testo: qual è il rapporto giusto?

Una struttura sana mantiene almeno il 60% di testo reale selezionabile e usa le immagini come supporto invece che come contenitore del messaggio. Un’email costruita come una singola immagine cliccabile è illeggibile per il filtro, invisibile per chi ha il blocco immagini attivo e inutilizzabile per gli screen reader. Sul rapporto tra estetica e conversione ho scritto una guida dedicata al design delle email.

Klaviyo o Brevo: quale piattaforma protegge meglio la deliverability?

Dipende dalla struttura che hai. Klaviyo offre strumenti diagnostici più profondi e ha senso per ecommerce con volumi alti e automazioni complesse; Brevo semplifica la configurazione tecnica e serve meglio PMI, personal brand e chi sta costruendo il canale adesso.

Aspetto Klaviyo Brevo
Profilo ideale Ecommerce strutturati, cataloghi ampi, flussi multipli PMI, personal brand, primi 12 mesi di canale
Diagnostica deliverability Dashboard dedicata con segnali per provider Report essenziali e leggibili senza formazione
Autenticazione dominio Guidata, con verifica dei record in interfaccia Guidata, procedura più rapida da completare
Segmentazione per engagement Molto granulare, condizioni combinabili Sufficiente per le regole standard
Curva di apprendimento Ripida, ripaga sui volumi Bassa, adatta a team piccoli

Mailchimp resta fuori da questa scelta per una ragione tecnica prima che economica: la gestione della reputazione condivisa e la rigidità nella configurazione dei domini lo rendono un compromesso che paghi esattamente quando il canale inizia a contare. Se stai valutando la migrazione, la guida completa a Klaviyo e la guida a Brevo coprono i due percorsi nel dettaglio.

Come diagnostichi un crollo di deliverability in 48 ore?

Segui un ordine fisso invece di intervenire a istinto: verifica l’autenticazione, isola il provider colpito, controlla le variazioni recenti nella raccolta contatti, riduci il volume ai soli segmenti attivi, poi ricostruisci. Cambiare cinque cose insieme ti impedisce di capire quale funzionava.

In emergenza, cosa si intende nell’email marketing per deliverability si riduce a una sequenza di verifiche da eseguire nell’ordine giusto. Il primo controllo riguarda SPF, DKIM e DMARC su un invio di prova, perché una scadenza di chiave o una modifica al DNS fatta dallo sviluppatore del sito spiegano una quota sorprendente dei crolli improvvisi. Il secondo confronta gli open rate per dominio: se il calo è concentrato su un solo provider hai un problema di reputazione, se è uniforme hai un problema di contenuto o di lista. Il terzo guarda cosa è entrato in lista nelle ultime quattro settimane, perché un pop-up mal configurato o un import improvvisato sono la causa più banale e più frequente di tutte.

Le sette regole che tengono in piedi il canale

Autentica il dominio con SPF, DKIM e DMARC allineati e verificali ogni trimestre. Usa un sottodominio dedicato agli invii promozionali. Tieni le segnalazioni spam sotto lo 0,10%. Rimuovi gli hard bounce al primo fallimento. Sopprimi chi non interagisce da oltre 365 giorni dopo un tentativo di riattivazione. Mantieni le email sotto gli 85 KB. Monitora gli open rate separati per provider ogni settimana, non ogni trimestre.

Domande frequenti

Cosa si intende nell’email marketing per deliverability in una frase?

La capacità delle tue email di arrivare nella inbox principale del destinatario invece che in spam o in promozioni. Non coincide con il delivery rate, che misura solo l’accettazione da parte del server ricevente. La deliverability dipende da autenticazione tecnica, reputazione del dominio e comportamento reale degli iscritti nel tempo.

Come si misura cosa si intende nell’email marketing per deliverability se la piattaforma non lo mostra?

Si ricostruisce da segnali indiretti: open rate segmentati per provider, andamento delle segnalazioni spam, percentuale di iscritti attivi negli ultimi 90 giorni. Puoi affiancare un seed test, cioè un invio verso caselle di prova su Gmail, Outlook e Yahoo, per osservare direttamente dove atterra il messaggio su ciascun provider.

Quanto tempo serve per recuperare una reputazione compromessa?

Da quattro a otto settimane di comportamento corretto, con volumi ridotti ai segmenti attivi e frequenza costante. Il recupero è più lento della caduta perché i provider aggiornano il giudizio positivo con prudenza. Chi torna ai volumi pieni dopo dieci giorni annulla il lavoro fatto e allunga i tempi invece di accorciarli.

Il double opt-in è obbligatorio in Italia?

Il GDPR non lo impone in modo esplicito, ma richiede di poter dimostrare il consenso, e il double opt-in è il modo più solido per farlo. Sul piano della deliverability offre un vantaggio concreto perché elimina indirizzi errati e trappole. Se gestisci dati sensibili o volumi alti, adottalo senza esitare.

Le spam words esistono davvero?

Contano molto meno di quanto si racconta. I filtri moderni valutano reputazione, autenticazione e comportamento degli iscritti, non liste di parole proibite. Una singola parola non manda in spam un mittente con reputazione solida, mentre un mittente con reputazione compromessa finisce filtrato anche scrivendo un’email impeccabile.

Ogni quanto conviene inviare per proteggere la deliverability?

Con una cadenza costante e prevedibile, perché i picchi improvvisi dopo mesi di silenzio sono il segnale che i filtri leggono peggio. Due invii settimanali regolari valgono più di otto invii concentrati in una settimana e poi il vuoto. La costanza costruisce un pattern riconoscibile, e i provider premiano ciò che sanno prevedere.

Serve un indirizzo IP dedicato?

Ha senso sopra volumi elevati e costanti, indicativamente oltre le 100.000 email mensili con frequenza regolare. Sotto quella soglia un IP dedicato lavora contro di te, perché i provider faticano a costruire un giudizio su volumi troppo bassi e discontinui. Nella maggior parte dei casi l’IP condiviso di una piattaforma seria è la scelta corretta.

Articoli consigliati

Se vuoi approfondire i lati tecnici e strategici toccati qui, questi sono i percorsi che ha senso seguire in ordine:

Libri consigliati

Nessuno di questi libri parla di record DNS, e proprio per questo servono: la deliverability protegge un canale che poi devi saper usare.

Cosa fare adesso

Torniamo al delivery rate del 99% da cui siamo partiti: adesso sai che quel numero misura l’accettazione alla frontiera e non l’arrivo a destinazione, e che la differenza tra i due dati contiene una quota del tuo fatturato che nessuno sta contando. Cosa si intende nell’email marketing per deliverability è la domanda che separa chi ottimizza gli oggetti delle campagne da chi difende il terreno su cui quelle campagne combattono.

Il percorso è definito: autenticazione tecnica completa e verificata, lista difesa in entrata e ripulita in uscita, metriche monitorate per provider invece che in aggregato. Sono tre fronti che richiedono disciplina più che budget, e che nella maggior parte delle aziende italiane restano scoperti perché nessuno li ha mai presidiati.

Se sospetti che il tuo canale email stia perdendo terreno e vuoi sapere quanto ti sta costando davvero, scrivimi per una consulenza di email marketing: analizziamo insieme configurazione, lista e metriche, e stabiliamo cosa va sistemato per primo.

A presto, Luca

Luca Attolini - Consulente Email Marketing

Luca Attolini

Email Marketer

Studio e applico strategie di email marketing, automazioni e copywriting per aziende fisiche, brand e ecommerce che vogliono scalare il loro business. 4 volte premiato da Marketers. Valutato Eccellente su Trustpilot.

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