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Email Marketing Report: i 7 numeri fondamentali

Cover - Email Marketing Report

Un email marketing report è il documento che trasforma i dati grezzi del tuo canale email in decisioni di fatturato. Non è un elenco di percentuali da archiviare, ma la mappa che ti dice dove stai vincendo, dove stai perdendo denaro e quale prossima mossa spostare risorse. Un email marketing report fatto bene separa il rumore dal segnale che conta.

C’è un numero che quasi nessuno guarda nel proprio report, eppure spiega da solo dove nasce il fatturato: la percentuale di ricavi generata dai flussi automatici rispetto alle campagne. Nei dati aggregati su oltre 183.000 brand, i flussi producono circa il 41% dei ricavi email partendo dal 5,3% degli invii (dati Klaviyo, benchmark 2026). Se il tuo email marketing report non isola questo dato, stai pilotando alla cieca una macchina che potrebbe fatturare mentre dormi. Alla fine di questa guida saprai esattamente quali sette numeri difendere e come leggerli senza farti ingannare.

Che cos’è un email marketing report e perché decide il tuo fatturato?

Un email marketing report è la sintesi periodica delle performance del canale email, costruita per collegare ogni metrica a un impatto economico e a una decisione operativa. Non fotografa il passato per curiosità, arma il futuro: dice cosa amplificare, cosa tagliare, dove spostare budget e attenzione.

La maggior parte degli imprenditori tratta il report come un adempimento, una schermata da guardare a fine mese per sentirsi a posto. È un errore che costa caro.

Il canale email è quasi sempre la fonte di ricavo con il margine più alto dell’intero ecommerce, perché non paghi un’asta pubblicitaria a ogni invio e possiedi il contatto come un territorio conquistato. Ignorare la lettura strutturata di quel territorio significa lasciare che una rendita si eroda in silenzio.

Report operativo o report strategico?

Esistono due nature di report e confonderle genera caos.

  • Il report operativo guarda la singola campagna o il singolo flusso nell’immediato: ti serve per correggere il tiro su un subject line debole o su un flow di carrello abbandonato che perde colpi.
  • Il report strategico guarda l’insieme su archi di tempo lunghi: la salute della lista, la traiettoria del fatturato per iscritto, la crescita netta dei contatti attivi.

Un email marketing report maturo tiene le due dimensioni separate ma collegate. La cadenza breve è la ricognizione tattica sul campo, la cadenza lunga è la strategia che decide dove muovere l’esercito. Mescolarle produce documenti che nessuno apre più e decisioni prese sull’emozione dell’ultimo invio andato bene.

Perché la maggior parte dei report di email marketing è inutile?

La maggior parte dei report di email marketing è inutile perché misura ciò che è facile misurare invece di ciò che sposta il fatturato. Si riempiono di aperture e click, metriche che gonfiano l’ego e non pagano gli stipendi, e ignorano il ricavo per destinatario, l’unico numero che il tuo commercialista capisce.

C’è una selezione naturale spietata tra le metriche. Sopravvivono e dominano i report quelle più visibili, non quelle più predittive del fatturato. L’open rate è in cima a ogni schermata perché è la prima cosa che una piattaforma calcola, non perché sia la più utile. Questa distorsione ha un nome preciso: stai ottimizzando il proxy invece dell’obiettivo.

Il secondo motivo è la mancanza di contesto. Un click rate del 2% non dice nulla in isolamento. Rispetto a cosa? Al mese scorso, al tuo settore, al tuo stesso flusso di benvenuto? Un numero senza benchmark è una munizione senza bersaglio: fa rumore e non colpisce niente.

Il costo reale di un report che misura le cose sbagliate

Immagina due ecommerce con lo stesso open rate del 45%. Il primo genera 0,30 euro di ricavo per email inviata, il secondo 0,08 euro. Guardando solo le aperture sembrano identici. Guardando il revenue per recipient, il primo fattura quasi quattro volte tanto sulla stessa lista. Se il tuo report si ferma alle aperture, stai celebrando una vittoria che sul conto corrente non esiste. Ogni mese passato a ottimizzare la metrica sbagliata è territorio ceduto al concorrente che invece legge i numeri giusti.

Il problema delle vanity metrics

Le vanity metrics sono numeri che salgono e ti fanno sentire bravo senza correlare con il denaro. Nel canale email la regina delle vanity metrics è oggi l’open rate, per un motivo tecnico che vedremo tra poco. Il punto non è cancellarle dal report, ma retrocederle: vanno lette come segnali di deliverability e di interesse, mai come obiettivo finale. L’obiettivo finale è sempre il fatturato attribuito, e un buon email marketing report tiene quel numero in cima, non in fondo.

Quali sono i 7 numeri chirurgici di un email marketing report?

I sette numeri che non possono mancare in un email marketing report sono: revenue per recipient, conversion rate, click rate, CTOR, tasso di crescita netta della lista, percentuale di ricavi da flussi e metriche di deliverability (bounce, spam complaint, unsubscribe). Sono i sette organi vitali del canale.

Li raggruppo in quattro sistemi, come si studia un organismo: engagement, fatturato, lista, deliverability. Ogni sistema risponde a una domanda diversa e insieme raccontano se la tua macchina è sana o se sta covando una malattia che esploderà tra tre mesi. Per la definizione estesa di ciascuna metrica ho già scritto una guida dedicata, qui mi concentro su come farle vivere dentro un report che genera decisioni. Se vuoi il dettaglio numerico di ogni indicatore, parti dalla guida alle metriche dell’email marketing.

Le metriche di engagement: open rate, click rate, CTOR

Le metriche di engagement misurano quanto la tua lista reagisce agli stimoli. L’open rate indica quanti aprono, il click rate quanti cliccano sul totale inviati, il CTOR (click-to-open rate) quanti cliccano tra chi ha aperto. Il CTOR è il più onesto dei tre perché isola la qualità del contenuto dalla qualità della consegna.

Nel 2026 il CTOR mediano si aggira intorno al 6,8%, con un ventaglio enorme tra settori che va dal 2,96% della politica al 14,82% del manifatturiero (benchmark di settore 2026). Il click rate medio delle campagne resta intorno all’1,7%, mentre i flussi automatici viaggiano su valori nettamente più alti, oltre il 5%. Questa forbice tra campagne e flussi è uno dei segnali più importanti che il tuo report deve rendere visibile a colpo d’occhio.

Le metriche di fatturato: revenue per recipient e conversion rate

Il revenue per recipient (RPR) è il ricavo generato diviso il numero di email inviate, ed è il vero re del report. Ti dice quanto vale, in euro, ogni singolo contatto raggiunto. Il conversion rate misura la percentuale di destinatari che completa un acquisto. Insieme trasformano l’attività email da centro di costo a centro di profitto misurabile.

La forza del revenue per recipient è che neutralizza le differenze di dimensione della lista. Un brand con 5.000 iscritti e un RPR di 0,40 euro sta lavorando meglio di uno con 50.000 iscritti e un RPR di 0,05 euro, anche se il secondo incassa di più in valore assoluto. Il report che mette l’RPR al centro premia la qualità della relazione, non la vanità dei grandi numeri. Non a caso, la piattaforma che ha costruito la sua intera filosofia di reporting attorno a questa metrica è Klaviyo.

La formula del revenue per recipient e perché la difendo

RPR uguale ricavo totale attribuito diviso email consegnate. Sembra elementare, e proprio per questo viene ignorato. Un flusso di benvenuto ben costruito può raggiungere un revenue per recipient anche 18 volte superiore a quello di una campagna generica (dati Klaviyo, benchmark 2026). Questo significa che spostare energie dalla campagna del venerdì verso l’ottimizzazione dei flussi equivale a una riallocazione di capitale, e il report deve renderla evidente. Se il tuo documento non calcola l’RPR separato per campagne e per flussi, non stai leggendo la battaglia dove si decide.

Le metriche di deliverability: bounce, spam e unsubscribe

Le metriche di deliverability misurano se le tue email raggiungono la inbox o muoiono nello spam. Bounce rate, spam complaint rate e unsubscribe rate sono i sensori di allarme della tua reputazione da mittente. Un picco improvviso qui anticipa un crollo di fatturato che le altre metriche mostreranno solo settimane dopo.

Il bounce rate è il passaporto respinto alla frontiera: se troppe email tornano indietro, i provider ti marchiano come mittente sospetto. Lo spam complaint rate va tenuto sotto lo 0,1%, soglia oltre la quale la reputazione entra in territorio ostile. L’unsubscribe rate, contrariamente all’istinto, non è sempre un nemico: è la valvola di sfogo che tiene la lista pulita da chi non ti vuole più. Un report che monitora questi tre sensori in tendenza, non solo in valore assoluto, ti avvisa prima che l’incendio divampi. Ho dedicato al tema una guida intera sulla deliverability dell’email marketing.

Le metriche di lista: list growth e churn

Le metriche di lista misurano se il tuo ecosistema di contatti cresce o si estingue. Il list growth rate è la crescita netta degli iscritti, il churn è la velocità con cui li perdi tra disiscrizioni, bounce e inattività. Una lista che non cresce di netto è una specie destinata all’estinzione lenta.

Il dato che conta è la crescita netta, non lorda. Acquisire 1.000 nuovi iscritti mentre ne perdi 900 tra disiscrizioni e pulizia lascia una crescita reale di 100. Un email marketing report onesto sottrae sempre il churn dalla crescita, perché è lì che si vede se stai ampliando il territorio o solo rimpiazzando i caduti. Per capire quanto la pulizia della lista incida sul fatturato, leggi la guida sulla list hygiene.

Come si struttura un email marketing report che porta a decisioni?

Un email marketing report efficace si struttura a piramide rovesciata: in alto il fatturato e le decisioni, sotto le metriche che lo spiegano, in fondo i dettagli tecnici. Chi legge deve capire in trenta secondi se il mese è andato bene e perché, senza scavare tra venti percentuali.

La prima riga del documento risponde a una sola domanda: quanto fatturato ha generato il canale email e come si confronta con il periodo precedente. È il quartier generale da cui parte ogni analisi. Subito sotto vive la scomposizione tra campagne e flussi, poi i quattro sistemi di metriche, infine gli approfondimenti sui singoli invii. Questa gerarchia impone disciplina: obbliga te e chi lavora con te a partire dall’impatto economico e a scendere nei dettagli solo quando servono a spiegare uno scostamento.

La piramide dal dato alla decisione

Ogni metrica nel report deve percorrere tre gradini: dato, interpretazione, azione. Il dato è “il CTOR è sceso dal 9% al 6%”. L’interpretazione è “il contenuto delle ultime campagne non ha retto la promessa del subject line”. L’azione è “testiamo tre nuovi angoli di contenuto nelle prossime due settimane”. Un report che si ferma al primo gradino è un bollettino meteo, non uno strumento di guerra.

Il template di report mensile che uso con i clienti

La struttura che consiglio ha cinque blocchi in ordine fisso. Primo, sintesi di fatturato con confronto sul mese precedente e sullo stesso mese dell’anno prima. Secondo, split campagne contro flussi, con RPR di ciascuno. Terzo, salute della lista: crescita netta e churn. Quarto, deliverability: bounce, spam, unsubscribe in tendenza. Quinto, tre decisioni concrete per il mese successivo. Nessun blocco supera mezza pagina. Un report che si legge in cinque minuti viene letto, uno da venti pagine finisce in un archivio a marcire.

Ogni quanto va prodotto un report di email marketing?

Un report di email marketing va prodotto su due cadenze combinate: una lettura settimanale operativa e una mensile strategica, con una revisione trimestrale di ampio respiro. La cadenza breve corregge il tiro sulle singole campagne, quella lunga governa la salute complessiva della lista e la traiettoria del fatturato.

La regola che seguo, allineata a quanto raccomanda anche Klaviyo nella sua documentazione, è semplice: cadenze lunghe per la fotografia d’insieme sulla salute della lista, cadenze corte per la performance del singolo invio. Il report settimanale è la ricognizione: apri, guardi le campagne uscite, correggi. Il report mensile è il consiglio di guerra: decidi dove spostare risorse. Quello trimestrale è la revisione della strategia: qui si decide se cambiare tool, ristrutturare i flussi o rivedere la segmentazione.

Perché la costanza della cadenza conta più della frequenza?

Il valore di un report nasce dal confronto nel tempo, e il confronto ha senso solo se la cadenza è costante. Un report mensile prodotto sempre lo stesso giorno, con le stesse definizioni e le stesse finestre di attribuzione, costruisce una serie storica affidabile. Cambiare metodo ogni volta è come misurare la crescita di un organismo con un righello diverso ogni mese: i numeri diventano incomparabili e le decisioni si fondano sulla sabbia.

Campagne o flussi: come vanno separati nel report?

Campagne e flussi vanno sempre separati nel report perché hanno logiche di fatturato opposte. Le campagne sono invii una tantum a segmenti di lista, i flussi sono automazioni innescate dal comportamento del singolo contatto. Mescolarli in un’unica media nasconde la verità economica del canale.

I flussi automatici sono il recupero chirurgico di fatturato perso: benvenuto, carrello abbandonato, post acquisto, riattivazione. Partono da una frazione minima degli invii e generano una quota sproporzionata dei ricavi. Nei benchmark 2026 i flussi producono circa il 41% del fatturato email dal 5,3% degli invii, e il loro placed order rate medio tocca il 2,11% contro lo 0,16% delle campagne (benchmark di settore 2026). Un email marketing report che presenta un’unica media tra campagne e flussi appiattisce una montagna e una pianura nella stessa quota, rendendo invisibile dove nasce il denaro. Se non hai ancora strutturato i tuoi flussi, parti dalla guida sull’email marketing automation.

Attribuzione e finestre temporali

La finestra di attribuzione è il periodo entro cui una conversione viene accreditata a un’email. Klaviyo usa per default finestre conservative, intorno a 5-7 giorni per l’email e 24 ore per gli SMS, proprio per non gonfiare artificialmente il merito del canale. Finestre più lunghe fanno sembrare l’email più potente, finestre più corte la penalizzano.

Il punto strategico è la coerenza: quando confronti due mesi, la finestra di attribuzione deve essere identica, altrimenti stai confrontando due misure diverse travestite da una sola. Nel report vanno sempre dichiarate le impostazioni di attribuzione, così chi legge sa con quale righello sono stati misurati i risultati.

La finestra di attribuzione che gonfia i tuoi numeri

Immagina di allungare la finestra di attribuzione da 5 a 30 giorni. All’improvviso il canale email si prende il merito di ogni acquisto avvenuto nel mese dopo qualsiasi click, anche quelli che sarebbero arrivati comunque. Il fatturato attribuito esplode e sembri un genio. In realtà hai solo cambiato il metro. Un email marketing report onesto sceglie finestre conservative e le tiene ferme, perché l’obiettivo resta capire dove intervenire, mai apparire bravi sulla carta. Gonfiare i numeri è come contare i prigionieri nemici includendo i propri soldati: il rapporto sembra vittorioso e la guerra è persa.

Il caso Apple Mail Privacy Protection

Dal lancio di Apple Mail Privacy Protection, una quota rilevante delle aperture viene registrata in automatico dai server Apple, anche quando l’utente non ha mai aperto l’email. Questo ha trasformato l’open rate in una metrica gonfiata e inaffidabile come obiettivo. Le medie globali che vedi vicine al 40-43% includono queste aperture artificiali (dati di settore 2025-2026).

La conseguenza pratica per il tuo report è netta: retrocedi l’open rate a indicatore secondario di deliverability e promuovi il click rate e il CTOR come misure reali di interesse. Chi continua a fondare decisioni sull’open rate sta leggendo una mappa disegnata da un cartografo bugiardo. Su questo dato specifico va detto con onestà che anche i benchmark storici vanno letti con prudenza, perché la base di misurazione è cambiata sotto i piedi di tutti.

Quali benchmark usare per dare contesto ai tuoi numeri?

I benchmark utili sono tre livelli concentrici: il tuo storico, il tuo settore e i tuoi stessi flussi confrontati tra loro. Il primo confronto è sempre con te stesso nel tempo, poi con il tuo comparto, infine tra le diverse componenti del tuo sistema email. Un numero isolato non significa nulla.

Il benchmark più prezioso sei tu del mese scorso, perché neutralizza le differenze di settore, di lista e di prodotto. Il secondo livello è il comparto: un CTOR del 5% è mediocre nel manifatturiero e ottimo nella ristorazione, dove la media di settore crolla intorno al 3,3% (benchmark 2026). Il terzo livello è interno: confronta il flusso di benvenuto con quello di carrello abbandonato per capire dove intervenire. Per i valori di riferimento aggiornati del mercato italiano ed ecommerce ho raccolto tutto nell’articolo sui benchmark dell’email marketing 2026.

Metrica Riferimento campagne Riferimento flussi Fonte
Click rate ~1,7% >5% Benchmark di settore 2026
CTOR mediano ~6,8% Variabile per flusso Benchmark di settore 2026
Placed order rate ~0,16% ~2,11% Benchmark di settore 2026
Quota ricavi ~59% dagli invii totali ~41% dal 5,3% degli invii Dati Klaviyo 2026
Open rate welcome flow Non applicabile 40-60% Dati Klaviyo 2026

Come costruire un email marketing report in Klaviyo?

In Klaviyo si costruisce un email marketing report combinando i report nativi di campagne e flussi con le dashboard personalizzate e il benchmarking di settore integrato. La piattaforma è pensata per gli ecommerce strutturati e mette il revenue per recipient al centro di ogni schermata, non nascosto in fondo.

Il vantaggio di Klaviyo per il reporting è la profondità della segmentazione applicata ai dati: puoi filtrare le performance per segmento di lista, per categoria di prodotto, per finestra temporale, e confrontare i tuoi numeri con un gruppo di pari anonimizzato nel tuo stesso settore. Il benchmarking cross-brand ti dice se un CTOR del 7% è buono per il tuo comparto o solo per la tua percezione. Per gli ecommerce con automazioni complesse è lo strumento che consiglio per primo, e la segmentazione avanzata che lo alimenta la spiego nella guida sulla segmentazione nell’email marketing.

Quali report nativi guardare per primi in Klaviyo?

Parti dal report di panoramica che mostra il fatturato attribuito, poi apri il confronto campagne contro flussi, infine la sezione di benchmarking. Costruisci una dashboard personalizzata con revenue per recipient, click rate, placed order rate e crescita netta della lista, e fissala come schermata di apertura. Così ogni volta che accedi vedi prima la decisione, poi il dettaglio.

Come impostare il reporting su Brevo per PMI e personal brand?

Su Brevo il reporting si imposta partendo dalle statistiche in tempo reale di campagne e automazioni, integrando il monitoraggio della deliverability e i report di conversione. È la scelta che consiglio a PMI, personal brand e a chi inizia, perché unisce email, SMS e CRM in un’unica piattaforma più accessibile.

Il reporting di Brevo offre le metriche essenziali senza la complessità che un ecommerce alle prime armi non saprebbe gestire. Trovi open rate, click rate, bounce e disiscrizioni in tempo reale, i report sulle automazioni e le heatmap dei click. Per chi costruisce la propria lista da zero e vuole un report leggibile senza una laurea in analytics, è il punto di partenza sensato. Chi invece muove volumi ecommerce importanti e vuole spingere sul revenue per recipient prima o poi migra verso strumenti più verticali.

Quali errori trasformano un report in un documento pericoloso?

Gli errori più pericolosi in un email marketing report sono tre: celebrare le vanity metrics, cambiare le definizioni tra un periodo e l’altro, e non collegare mai i numeri a una decisione. Un report con questi difetti non è neutro, spinge attivamente verso scelte sbagliate.

Il primo errore è il feticcio dell’open rate, che dopo Apple Mail Privacy Protection è diventato una bussola smagnetizzata. Il secondo è l’incoerenza metodologica: finestre di attribuzione che cambiano, segmenti ridefiniti, periodi confrontati con criteri diversi. Il terzo, il più grave, è il report che descrive senza prescrivere: pagine di percentuali senza una sola azione concreta. Un documento così dà l’illusione del controllo mentre il fatturato scivola via.

Come si trasforma un email marketing report in un piano d’azione?

Un email marketing report diventa piano d’azione quando ogni sezione si chiude con una decisione datata e assegnata. Non basta osservare che il CTOR è calato, serve stabilire cosa fare, entro quando e con quale criterio di successo. Il report senza azioni è diagnosi senza terapia.

Il metodo che applico è chirurgico. Per ogni scostamento rilevante rispetto al benchmark scrivo una riga di azione con un verbo, una scadenza e una metrica bersaglio. “Riscrivere i primi tre subject line del flusso di benvenuto entro il 15, obiettivo CTOR sopra il 9%”. Il mese successivo il report si apre verificando se quelle azioni hanno colpito il bersaglio. Così il documento smette di essere un archivio e diventa un ciclo di miglioramento continuo, dove ogni report è insieme il verdetto sul passato e l’ordine di battaglia per il futuro.

Questo è il punto dove la maggior parte dei brand si arena da sola. Sanno leggere i numeri, non sanno tradurli in mosse. Se guardi il tuo email marketing report e non sai quale delle sette metriche attaccare per prima, quello è esattamente il momento di far entrare in campo chi lo fa di mestiere.

Domande Frequenti sugli email marketing report

Con quale frequenza dovrei generare un email marketing report?

La cadenza ideale combina un report settimanale operativo per correggere le singole campagne e un report mensile strategico per la salute della lista e il fatturato. Aggiungi una revisione trimestrale per le decisioni di ampio respiro, come cambiare tool o ristrutturare i flussi. La costanza della cadenza conta più della frequenza assoluta, perché il valore nasce dal confronto nel tempo.

Qual è la metrica più importante in un report di email marketing?

Il revenue per recipient, ovvero il ricavo generato per ogni email inviata. Neutralizza le differenze di dimensione della lista e collega direttamente l’attività email al fatturato. Un brand con lista piccola e RPR alto lavora meglio di uno con lista enorme e RPR basso. Tienilo in cima al report, sopra open rate e click rate, che restano indicatori di supporto.

Perché l’open rate non è più affidabile nel mio report?

Dal lancio di Apple Mail Privacy Protection una quota rilevante delle aperture viene registrata automaticamente dai server, anche senza apertura reale da parte dell’utente. Questo gonfia l’open rate e lo rende inaffidabile come obiettivo. Nel report va retrocesso a indicatore secondario di deliverability, mentre click rate e CTOR diventano le misure reali dell’interesse della tua lista.

Come separo campagne e flussi in un email marketing report?

Crea due sezioni distinte con metriche calcolate separatamente, mai una media unica. Le campagne sono invii una tantum a segmenti, i flussi sono automazioni innescate dal comportamento. I flussi generano circa il 41% dei ricavi da appena il 5,3% degli invii (benchmark 2026), quindi mescolarli con le campagne nasconde dove nasce il fatturato reale. Ogni sezione deve avere il proprio revenue per recipient.

Quali strumenti uso per costruire un report di email marketing?

Per gli ecommerce strutturati consiglio Klaviyo, che mette il revenue per recipient e il benchmarking di settore al centro del reporting. Per PMI, personal brand e chi inizia consiglio Brevo, più accessibile e con statistiche in tempo reale su email, SMS e automazioni. La scelta dipende dalla complessità delle tue automazioni e dai volumi.

Cosa non deve mai mancare in un email marketing report efficace?

Non deve mai mancare il collegamento tra dato e decisione. Ogni metrica deve percorrere tre gradini: dato, interpretazione, azione datata. Servono poi il fatturato attribuito in cima, lo split tra campagne e flussi, la crescita netta della lista al netto del churn e i sensori di deliverability in tendenza. Un report senza azioni concrete è una diagnosi senza terapia.

Un email marketing report serve anche se ho una lista piccola?

Serve ancora di più. Con una lista piccola ogni contatto pesa di più e ogni errore costa in proporzione. Il revenue per recipient ti dice se stai estraendo valore reale dalla relazione o solo accumulando indirizzi inattivi. Un report leggero ma costante, anche solo mensile, evita che una lista piccola si trasformi in un cimitero di iscritti zombie mentre pensi di crescere.

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Il tuo email marketing report non è un compito burocratico da chiudere a fine mese, è la mappa che decide dove combatti la prossima battaglia per il fatturato. Hai visto i sette numeri chirurgici che contano, la struttura a piramide che porta dal dato alla decisione, la cadenza giusta e gli errori che trasformano un report in una trappola. Il revenue per recipient in cima, campagne e flussi separati, la lista letta al netto del churn, la deliverability sotto sorveglianza e ogni scostamento tradotto in un’azione datata: questo è un report che lavora per te invece di rassicurarti a vuoto.

Se hai letto fin qui e ti sei accorto che il tuo report attuale misura le cose sbagliate, o che i numeri li leggi ma non sai tradurli in mosse concrete, è il momento di agire. Contattami per una consulenza di email marketing: analizziamo insieme i tuoi dati reali, costruiamo il report che il tuo business merita e trasformiamo il tuo canale email nella macchina da fatturato che dovrebbe già essere.

Buono studio e buona battaglia,
Luca

Luca Attolini - Consulente Email Marketing

Luca Attolini

Email Marketer

Studio e applico strategie di email marketing, automazioni e copywriting per aziende fisiche, brand e ecommerce che vogliono scalare il loro business. 4 volte premiato da Marketers. Valutato Eccellente su Trustpilot.

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