Convivere con l’A.I.: uno dei più grandi dilemmi di quest’epoca.
In questo articolo parliamo della tesi di Mustafa Suleyman in “L’onda che verrà“.
Una potenza che non sappiamo contenere
Ci sono libri che avvisano, e libri che costringono a cambiare mentalità.
L’onda che verrà di Mustafa Suleyman appartiene alla seconda specie.
Non è un esercizio di futurismo: è un viaggio dentro una domanda che attraversa il nostro tempo: come viviamo con tecnologie che diventano, al tempo stesso, indispensabili e intrinsecamente incontrollabili?
Ma ora facciamo un passo indietro.
Chi è Suleyman?
Suleyman, fondatore di Deep Mind e CEO di Microsoft AI è uno dei costruttori dell’IA moderna, e proprio per questo parla con una sobrietà rara: niente catastrofismi rituali, niente ottimismi di facciata.
La sua tesi è limpida e scomoda: la prossima ondata tecnologica, fatta di IA generalizzata, biologia sintetica e sistemi autonomi, non sarà una crescita lineare di potenza, ma una proliferazione di capacità.
Le curve dei costi scendono, gli strumenti diventano accessibili, la soglia di competenza si abbassa.
Il potere si diffonde più rapidamente della nostra prudenza.
Il dilemma
Questa diffusione crea un paradosso morale: ciò che emancipa è ciò che destabilizza.
L’IA che sblocca la medicina di precisione è la stessa che moltiplica disinformazione e truffe su scala mondiale.
Gli strumenti per progettare nuovi farmaci sono gli stessi che, con combinazioni sbagliate, possono produrre tossine.
È il destino delle tecnologie “omniuso”: non esiste un “lato civile” separato per sempre da quello duale.
Il problema del contenimento
Il cuore concettuale del libro è il problema del contenimento.
Non significa “tenere la tecnologia in gabbia” in modo assoluto: significa accettare che un contenimento perfetto non è possibile e lavorare, quindi, a un’arte di freni incompleti ma efficaci.
Suleyman lo dice chiaramente: nelle mani giuste queste tecnologie sono leva di prosperità; nelle mani sbagliate, accrescono la superficie d’attacco della società.
In ogni caso, non saranno poche aziende o pochi Stati a detenerle: la loro natura le spinge a diffondersi.
Qui la domanda si rovescia: se la diffusione è il dato di partenza, che tipo di istituzioni, di norme, di abitudini collettive dobbiamo costruire per convivere con la potenza diffusa?
In fisica i freni dissipano energia per salvare il sistema.
I governi troveranno il freno necessario oggi?
Alcuni sistemi di contenimento
Nel libro affiorano criteri operativi come:
- licenze per le capacità più pericolose
- tracciabilità della potenza di calcolo (perché il “combustibile” dell’IA è l’hardware, non solo il software)
- valutazioni di rischio indipendenti
- interruttori di sicurezza nei sistemi che prendono decisioni ad alto impatto
- trasparenza selettiva su modelli e dataset quando lo richiede il danno potenziale.
E poi un principio che vale più di tutti: convivere con il non sapere, progettando salvaguardie proprio perché non possiamo prevedere ogni esito.
La forza del libro non è l’elenco delle misure, è il cambio di sguardo: mettere la sicurezza al centro non per frenare il progresso, ma per renderlo percorribile. Il progresso senza freni non è libertà: è instabilità permanente.
Il dilemma del freno
C’è un punto che Suleyman sfiora e che merita di essere messo più in risalto a mio parere: chi frena da solo rischia di restare indietro.
La competizione tra Stati crea un ulteriore dilemma: se, per esempio, l’Europa impone più controlli “etici” e gli Stati Uniti o la Cina no (o li applicano in modo elastico), capitale, talenti, potere seguono le strade di minore attrito.
Questo chiaramente vale per ogni innovazione tecnologica.
Il significato? Il primo che rallenta, se da solo, perde.
Frenare assieme
Nella tecnologia il primo che stabilisce lo standard spesso guida il mercato per anni: sicurezza, audit, tracciabilità dell’hardware e dei dataset possono diventare vantaggi competitivi se trasformati in requisiti di accesso. La chiave è passare dal “freno solitario” al freno coordinato.
Le alleanze tra Paesi (e grandi aziende) che condividono criteri minimi per modelli, chip e bio-tool potrebbe essere l’unica soluzione.
Senza questo mettere l’etica prima della geopolitica equivale a perdere.
Potere, legittimità, fiducia
Ogni tecnologia ridisegna la mappa del potere.
L’IA, più delle altre, sposta competenze e decisioni fuori dal nostro perimetro percettivo: ottimizza, correla, decide su basi che non sappiamo più ricostruire a colpo d’occhio.
Se delego a un sistema di raccomandazione la mia attenzione, a un modello di linguaggio il mio modo di informarmi, a un algoritmo di scoring il mio accesso al credito, chi è responsabile quando qualcosa va storto?
Tre orizzonti da tenere insieme
Il libro chiede al lettore un triplice sguardo: restare concreto sul vicino e vigilare sul lontano.
Breve termine
Nel vicino, l’onda ha già toccato terra: automazione di compiti cognitivi, capacità di imitare voci e volti, disinformazione personalizzata che sfrutta bias e vulnerabilità in tempo reale.
Qui le risposte sono di igiene civica: alfabetizzazione algoritmica, tracciabilità dei contenuti sintetici, accountability di chi distribuisce sistemi ad alto impatto, riduzione della dipendenza da piattaforme monolitiche.
Medio Termine
Nel medio, la biologia programmabile apre opportunità e paure: progettare cure, materiali, organismi; ma anche abbassare la soglia operativa per chi vuole fare danno.
Contenere non vuol dire chiudere il laboratorio del mondo: vuol dire separare con intelligenza, introdurre tempi di attesa, audit di terze parti, reti di allerta come quelle che abbiamo imparato a costruire in sanità pubblica.
Lungo Termine
Nel lungo, l’orizzonte è più sfumato e proprio per questo scivoloso: sistemi più generali, più autonomi, più capaci di orchestrare altri sistemi.
Qui la parola chiave è umiltà.
Non perché tutto sia per forza catastrofico, ma perché la storia insegna che le società cedono quando si innamorano delle loro macchine e dimenticano di chiedere chi decide per chi.
Una bussola etica minima
A un certo punto del libro si capisce che Suleyman sta facendo un gesto semplice: ridare centralità alla prudenza.
È una prudenza attiva, che chiede:
- agli ingegneri di misurare non solo la performance ma il perimetro di danno
- ai manager di accettare soglie di arresto anche quando il mercato spinge o potrebbe farlo
- ai governi di inventare istituzioni nuove
- alle scuole di formare coscienze e conoscenze nuove e adatte al nuovo mondo.
Che cosa ci lascia questo libro? É possibile convivere con l’A.I.?
- Prima di tutto, un lessico per dire ad alta voce ciò che spesso intuiamo e rimuoviamo: che la nostra epoca non è solo “innovazione”, è convivenza con potenze che ci superano per scala e velocità.
- Poi, una responsabilità personale: smettere di pensare alla tecnologia come a una forza naturale. Non lo è. È un artefatto politico, e come tale va negoziato, limitato, orientato.
- Infine, un compito collettivo: imparare a mettere freni senza spegnere motori.
Servono standard, consorzi tra rivali, audit indipendenti, diritti digitali applicati, sanzioni chiare per chi rompe i patti, tempi lenti introdotti là dove la fretta produce danni irreversibili.
L’onda che verrà non è un nemico. È una condizione.
Conclusione
L’onda che verrà ci chiede di diventare adulti di fronte alle nostre macchine: capaci di dire sì, ma anche di dire no.
Se c’è una profondità che il libro regala è questa: la tecnica non ci salva da noi stessi; ci offre strumenti.
La salvezza e il successo, qualunque cosa significhino per ciascuno, si giocano nella capacità di dare forma al potere che abbiamo creato.
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Un grazie ad Arba Murati che mi ha fatto conoscere e leggere questo libro.
Luca Attolini
Consulente di Email Marketing e Posizionamento di Brand
Studio e applico strategie di email marketing, automazioni e copywriting per brand e ecommerce che vogliono smettere di competere sul prezzo. 4 volte premiato da Marketers. Valutato Eccellente su Trustpilot.

